MARTUFELLO NEI PANNI DI CARLO MAZZONE PER NETFLIX

Martufello ha dato vita a Carlo Mazzone ne “Il Divin Codino”.
A cura di Ilaria Solazzo.

Maurizio Maturani, in arte Martufello. Alias, Carlo Mazzone. La sua interpretazione dell’allenatore romano e romanista, lui che è nato a Sezze, ma tifa la Magica da sempre, nel film “Il Divin Codino” ha strabiliato e riscosso tanto successo. Non un’imitazione, la sua, ma una vera e propria performance scenica. Linda, vera, secca, lineare. Come il reale rapporto tra Roberto Baggio, uomo dalle mille sfumature, soprattutto umane, e l’amatissimo sor Carletto durante l’esperienza al Brescia, nei primissimi anni del nuovo Millennio. Questo e molto altro è presente nel film proposto da Netflix al grande pubblico.

INTERVISTA

Un grande onore poter ospitare oggi su News Magazine Italia uno dei migliori attori italiani contemporanei. Signore e signori: Martufello.

ILARIA – Ciao Maurizio, come stai? Onorata di averti, quest’oggi, come mio ospite per NEWS MAGAZINE ITALIA. Direi di iniziare la nostra chiacchierata con una primissima domanda. Come ti sei preparato per interpretare Carlo Mazzone?
MARTUFELLO – Sto benone. Grazie a te per avermi invitato. Onestamente non l’ho fatto. Durante le riprese lasciavo a casa Martufello e mandavo Maurizio sul set. Qualcuno ha parlato di una mia imitazione, tuttavia non è stato così, per me. Nonostante io viva da oltre 40 anni a Roma, non so parlare realmente il romanesco. Se faccio cose molto diverse dal mio essere, ho sempre un po’ di timore di non esserne all’altezza. Avevo paura, come tutti gli esseri umani… credo sia naturale, vero? Ma ne sono uscito alla grande.

ILARIA – Per dare voce a Carlo Mazzone ti sei aiutato solamente con la sceneggiatura oppure hai visto anche suoi video sul web?
MARTUFELLO – Oltre alla sceneggiatura ho studiato e rivisto molti suoi video presenti in rete. Quando ho letto il copione, ti dico con sincerità, mi è piaciuto immediatamente. Certo, mancano alcune cose del personaggio Carletto, perché rimane comunque un film, ma si è preferito dare spazio all’allenatore padre. Si nota benissimo il grande professionista e la persona per bene che è stato e che è.

ILARIA – A tuo avviso vi è qualcosa che manca in questa narrazione?
MARTUFELLO – Sì. La scena della corsa di Mazzone verso la curva in cui erano assiepati i tifosi dell’Atalanta: per motivi legati alla Pandemia non è stato possibile realizzarla. Sarei stato felice di poter interpretare anche quel momento.

ILARIA – Hai mai incontrato Carlo Mazzone dal vivo?
MARTUFELLO – Sfortunatamente, no. Ma, forse, è come se ci conoscessimo già: entrambi amiamo Roma e la Roma, (Ride).

ILARIA – Come ti spieghi questo legame speciale tra Mazzone e Baggio?
MARTUFELLO – Baggio ha sempre cercato una figura paterna e, proprio per questo, probabilmente si scontrava con molti dei suoi precedenti allenatori. Carlo Mazzone, invece, l’ha capito subito. Ha compreso le necessità del ragazzo e si è creato un legame fortissimo tra loro.

ILARIA – Qual è la prima immagine che ti viene in mente se ti dico Roberto Baggio?
MARTUFELLO – Cara Ilaria, è impossibile per me sceglierne una soltanto. Di questi campioni ci portiamo dentro tutto, dalla A alla Z… sono dei grandi che lasciano il segno. Rimarranno impressi nei nostri ricordi per sempre.

ILARIA – Il “Divin Codino” si è visto sul set durante le riprese?
MARTUFELLO – No. Baggio non è mai venuto sul set quando vi ero io. L’ho sperato fino all’ultimo, ma non vi è stata occasione, purtroppo.

ILARIA – Come ti sei trovato a lavorare con la regista Letizia Lamartire?
MARTUFELLO – Benissimo. Una professionista eccellente.

ILARIA – Puoi raccontare, in breve, la trama ai nostri lettori?
MARTUFELLO – Certamente. Il Divin Codino, film diretto da Letizia Lamartire, racconta la storia di Roberto Baggio (Andrea Arcangeli), uno dei più grandi giocatori della storia calcistica, nonché una delle star del calcio italiano negli anni Ottanta e Novanta. Il film ripercorre oltre vent’anni di carriera, a partire dal difficile esordio ai momenti che più hanno segnato la sua vita, come i diverbi avuti con i diversi C.T quali Eriksson, Sacchi, Trapattoni, Capello e Lippi. Nonostante questi dissapori relazionali, il Divin Codino, soprannominato così per la sua peculiare capigliatura, ha sempre dimostrato di essere un grande campione sia dentro che fuori dal campo. Tante le maglie indossate dal fantasista, dal Vicenza fino alle grandi squadre della Serie A: Fiorentina, Juventus, Milan, Inter, Bologna e Brescia. Ma Baggio è ricordato anche e soprattutto per aver preso parte a ben tre mondiali (Italia 1990, Stati Uniti 1994 e Francia 1998). Durante la finale del ’94 con il Brasile sbagliò l’ultimo rigore, tirando la palla sopra la traversa, e portando l’Italia ad aggiudicarsi in automatico il secondo posto nella competizione. Celebre il momento successivo a questo errore, ovvero quando Roberto, deluso da se stesso, pianse lacrime amare. Ma questa singolare défaillance non è risuscita ad intaccare la grandezza dell’uomo divenuto il Grande Campione che tutti amiamo.

ILARIA – Grazie di cuore Maurizio per il tempo dedicatomi… l’ho molto apprezzato.
MARTUFELLO – Grazia a te… è stato bello parlare del “Divin Codino” e di Carlo Mazzone. So che su Netflix ha riscosso un gran successo. Averne fatto parte mi rende davvero felice ed orgoglioso.

Tutto gira attorno a quel rigore, e quindi al sogno infranto del Mondiale, e a una promessa che il piccolo Roberto avrebbe fatto al padre da bambino, quello di vincere con la maglia dell’Italia. E quindi, tutto gira attorno al rapporto che c’era tra Roberto e il padre Florindo. “A volte non capiamo la voglia che hanno i nostri genitori di aiutarci, e i modi che usano, e magari ci sembrano dei nemici, ma con il tempo questi nodi si vanno a sciogliere,” dice Baggio. “La speranza è che questo film aiuti molti giovani a capirlo. Il rapporto con mio padre, che non è stato sempre facile, è stato per me la base per imparare a non arrendermi mai, e io per questo provo una grande gratitudine. “Quindi, Il Divin Codino racconta di quel rigore e del rapporto tra Roberto e Florindo, ma anche gli infortuni, e le delusioni, e il legame con la moglie Andreina, e con i figli. Quel che che non racconta è tanta parte della carriera del calciatore, per lo sgomento di molti, ma non di tutti. Mancano la Juve, l’Inter, il Milan, il Bologna. “Capitoli importanti,” dice Baggio, “squadre e tifoserie alle quali devo dire grazie per tutto quello che ho ricevuto”. Capitoli però importanti per il calciatore, meno per il film.

“Quando fai un racconto il primo errore che puoi fare è quello di voler dire tutto,” osserva Stefano Sardo, sceneggiatore del film. “E raccontare il calcio nella sua interezza avrebbe voluto dire anche raccontare quel che il pubblico sapeva già di Roby.” “Abbiamo scelto il tema della battaglia tra l’eroe e il suo destino, e tre momenti della sua vita che sono sineddoche di tutto,” aggiunge l’altra sceneggiatrice, Ludovica Rampoldi. “Roberto non ottiene sempre quel che vuole, ma arriva al suo destino ultimo: quello di essere il calciatore italiano più amato di sempre.” L’impressione è che il disegno di Rampoldi e Sardo sia stato quello di mostrare un calciatore in qualche modo paradossalmente perdente, o comunque sfortunato (il grave infortunio appena arrivato alla Fiorentina, quel rigore, la mancata convocazione al Mondiale di Giappone e Corea a dispetto delle promesse del Trap), ma che è invece, alla fine, un vincente nella vita, con i suoi cari, e nel cuore della gente. “La vita di Baggio è una continua rincorsa, un continuo sacrificio: la sua è la storia di uno che paga un prezzo altissimo per onorare il dono del suo straordinario talento,” dice Sardo.

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Questa intervista è stata rilasciata telefonicamente dall’Artista Martufello alla giornalista pubblicista Ilaria Solazzo. Ne è severamente vietata la riproduzione o il riutilizzo anche parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore (L. 22.04.1941/n. 633). Per le foto si ringrazia pubblicamente Martufello per averci permesso di utilizzarle solo ed esclusivamente per questa intervista.

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